Racconti Triestini o su Trieste
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Nonno “CIUPO” diGiorgio Weiss |
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Il nonno materno aveva una caratteristica particolare, un ciuffo ribelle di capelli, che scendeva inanellato sulla fronte e come tutti i bimbi, che dicono strambotti, per me il ciuffo era diventato “ciupo” Il suo lavoro è sempre stato di operaio specializzato presso i cantieri navali. Dapprima al Cantiere Navale di Monfalcone, poi al Cantiere Navale San Marco a Trieste ed infine gli ultimi anni presso il Cantiere Navale Felszegi di Muggia, quale fiduciario per l’organizzazione del lavoro. Era un tipo mattacchione, sempre con il sorriso sulle labbra e pronto a prendersi burla dei nipoti con piccoli scherzi, che alla fine, finita la sorpresa, faceva scoppiare di gioia e si correva ad abbracciarlo e baciarlo. Per lui questa era la sua più grande ricompensa e soddisfazione. |
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Antichi mestieri a Trieste (di Giordano) |
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Presentazione Eccomi nuovamente davanti alla tastiera per intrattenervi, questa volta non più in dialetto ma in italiano su un argomento che, come ormai avrete immaginato, riguarda la nostra città, Trieste, e il suo passato. Non si tratta di un passato troppo remoto, perché vorrei raccontare dei miei ricordi di quando ero bambino e quindi pressappoco del periodo della guerra, attorno agli anni 1943-47. Da allora ad oggi sono trascorsi sessant’anni, ma le cose sono mutate moltissimo, forse più di quanto non siano cambiate nei precedenti cinquecento. Amo la nostra città, pur con i suoi difetti e contraddizioni, ma con tanta bellezza che ti scioglie il cuore quando ne sei lontano e che, quando ritorni percorrendo di notte la Costiera, fa appuntare i tuoi occhi sulla nostra brillante insenatura con le luci dorate che si riflettono nelle acque del golfo. Dicevo che le cose sono mutate moltissimo non solo perché la tecnologia ha ormai invaso la nostra vita, riducendo al minimo i rapporti umani, che una volta invece erano intensissimi, ma soprattutto perché sono sparite dalle nostre vie, dalle botteghe, dalle piazze quelle che oggi chiameremmo figure professionali, ma che allora erano persone conosciute col loro nome, apprezzate per il lavoro che svolgevano e alle quali, prima o poi, tutti si rivolgevano. |
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Iera un bel rion el mio rion |
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Iera un bel rion, el mio; ma no se podeva gnanche ciamarlo “rion”: iera, in pratica, quela picola parte de cità che ‘ndava de Campo Marzio, al Pedocin, a Piaza Venezia e no se alzava oltre via Università. Là iera el regno de noi mularia, pien de vita, de babe che se fermava a ciacolar, de botteghe de tuti i tipi. Qualchidun cantava, tanti fis’ciava, la gente se parlava dei pergoli e dele finestre con quei in strada, tuti se conosseva e se saludava. Anche i canarini, nele sue chebe impicade fora dele finestre, sui scuri, i cantava come mati sentindo quela confusion che iera in strada. Ogi el par un cimitero: no se senti parlar nissun, nissun fis’cia, canarini no esisti, poca gente per strada, nessun se conossi. Che passion!
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El caligher (de Giordano) |
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“I siori bagola
nela Foresta Nera,
i poveri strussia
sula nuda tera”.
cantava Gigi Sidela, compagnandose cola vecia scassada chitara. De ani el stava pozà su quel canton, cantando versi che la gente spesso no capiva. Gigi perché el iera stà batizà Luigi e Sidela perché el aveva in scarsela sempre una manada de sidele che d’istà le se squaiava un poco e le ingrumava fregole de ogni tipo. Ognitanto qualchidun ghe dava un soldo, o un toco de pan fresco, o lo ciamava per un bicer in osteria de Nane. El viveva cussì, de poesia e de elemosine no domandade. El iera mato, come tuti i poeti.
Sior Pino lo scoltava co’ un’orecia, scassando la testa, come a dir “Povero fiol, el xe tuto ‘ndà”.
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