La
storia di San Giacomo, la nascita.
Attorno ai primi decenni dell'Ottocento venne progressivamente
popolandosi una nuova zona nelle immediate vicinanze della
città, quella cioè di Chiarbola superiore a sud-est del centro
cittadino. La vicina zona di Chiarbola inferiore attorno al
colle di San Vito già dalla fine del secolo precedente, era
cosparsa di numerosi e graziosi villini.
Il toponimo Chiarbola, riferito al colle di San Giacomo, è di
origine romana e venne sovrapponendosi ad altre denominazioni
preesistenti (Ponzano, Poncìnins). Esso indicava una "convessità
del terreno spoglia di
vegetazione arborea, verosimilmente
incolta" e andrebbe datato al VII secolo.
Il nome è attestato a partire dal XIV secolo, a volte affiancato
da altri come Moncalvo e il già ricordato Ponzano, frazionandosi
in epoche posteriori per indicare zone diverse. Certo è che in
epoca romana nella zona sorgevano edifici di una certa fattura,
in particolare tra la via dell'Istria e via Molino a Vento verso
Piazza Garibaldi, come affermato dalla Scrinari che ricorda il
ritrovamento,avvenuto nel 1911, di colonne, capitelli e basi "su
una piattaforma di terrazzamento".
L'inurbamento della zona, prima occupata quasi esclusivamente da
campagne, molte delle quali di proprietà della famiglia de
Giuliani,
ebbe inizio, come già accennato, nei primi decenni
dell'Ottocento e a popolarla furono soprattutto membri dei ceti
sociali più basi, braccianti, carrettieri, salinari e pescatori.
L'abitato cominciò a sorgere lungo la strada che
conduceva a Servola.
Fu in quell'epoca che per dileggio il
nuovo rione che stava sorgendo venne chiamato "Rena Nuova",
denominazione che ricordava la "Rena" di Città vecchia,
quartiere di gente povera e modesta, da cui provenivano i primi
"chiarbolani". Il nome nacque verosimilmente per
volontà dei primi abitatori che non vi attribuirono certo un carattere offensivo.
Della presenza di manufatti romani nella zona si ebbe prova
anche nel 1849 in coincidenza con l'inizio dei lavori per
l'erezione della nuova chiesa, quando durante gli scavi per le
fondamenta si rinvenne "la base di edificio perfettamente
quadrato formata in due corsi di pietra dolce istriana"
contenente all'interno una urna cineraria,era
il tutto un monumentale sepolcrale romano.
Fino ai primi anni del XIX secolo, quindi, la zona era ricoperta
di campi e terreni in gran parte proprietà dei de Giuliani; fu
proprio un de Giuliani a fare erigere nel 1602 una cappella
dedicata ai Santi Giacomo e Rocco in adempimento di un voto
espresso durante l'epidemia di peste del 1600-1601. Vicina era
anche la "casa dominicali'" della famiglia e poco lontano una
"rocca o castellotto", come ricorda il Generini, conosciuto
nella zona come "Starigrad" e completamente scomparso verso la
metà del secolo scorso. Il Generini stesso ricordava l'esistenza
degli ultimi resti della costruzione, completamente atterrata
verso il 1850 per impiegare il materiate nella costruzione di
un'abitazione civile.
Il "castellotto" recava scolpito lo stemma dei de Giuliani e la
data MDXXVIIF (1528). Sull'area delle case contrassegnate col
numero tavolare 85 di via Ponziana sorgeva la ricordata
chiesetta dei Santissimi Giacomo e Rocco che aveva la facciata rivolta
verso il mare ed occupava un'area di circa diciannove metri
quadrati. Era stata consacrata il 25 ottobre 1602 dal vescovo de Bertis e recava la seguente iscrizione:
"DIVIS JACOBI ET ROCHO TEMPLUM HOC DICAVIT DIDIUS JULIANUS
PATRITIUS TERGESTINUS ANNO D.N MDCII DE MENSE JUNII".
Soppressa il 19 febbraio 1785, la chiesetta venne dapprima
destinata ad oratorio privato dei de Giuliani, poi, declassata a
magazzino, cadde progressivamente in rovina.
Due secoli dopo la consacrazione della chiesetta, al sorgere
dell'Ottocento, cominciò a svilupparsi l'abitato sull'antico
colle di Chiarbola.
Al censimento del 1808 Chiarbola superiore risultò avere 262
abitanti distribuiti in appena 59 case.
Lo sviluppo del rione di San Giacomo è legato intimamente al
sorgere dei primi complessi industriali della città: lo squero
San Marco, più noto come squero Tonello dal nome del suo
fondatore, Gaspare Tonello, che lo eresse nel 1840; la fabbrica
macchine dello Strudthoff aperta nel 1846 e divenuta dieci anni
più tardi Stabilimento Tecnico Triestino; l'Arsenale del Lloyd
istituito nel 1860 e l'Officina del Gas.
Alla nascita di queste industrie coincise un ulteriore e rapido
sviluppo del rione, documento da un rinnovato incremento
demografico che portò la popolazione di Chiarbola superiore dai
262 abitanti del 1808 ai 2565 del 1845 e agli 11.307 del 1884.
Tale repentino e forse mal contenuto aumento degli abitanti
venne a provocare evidentemente non pochi disagi per
l'inadeguatezza delle strutture edilizie e sociali;a tali
deficienze si cominciò a porre rimedio già verso il 1840 con
l'istituzione di una scuola "triviale" di lingua italiana.
Già da parecchi anni si ravvisava la necessità di un ampio luogo
di culto allorché, nel 1849, venne posta la prima pietra di
quella che sarebbe divenuta la chiesa di San Giacomo.
L'intitolazione dell'edificio sacro a quel santo dovette in
qualche modo essere suggerita anche dal ricordo della precedente
cappella e tale fu l'accoglimento e la diffusione del nome che
esso passò a indicare l'intero nuovo rione soppiantando il più
antico e ufficiale "Chiarbola superiore".
Il progetto della nuova chiesa venne elaborato da Giuseppe
Sforzi, all'epoca architetto comunale molto attivo, fino agli
ultimi decenni del secolo, con la costruzione di numerosi
edifici cittadini.
I lavori diretti dall' imprenditore Turrini durarono più anni ma
all'atto della benedizione, avvenuta il 27 luglio 1851, la
costruzione non era ancora ultimata; il vescovo Legat in quella
data collocò "memoria con lastra di piombo nella pietra di
fondamenta nel sito ove sorgerà l'altare maggiore".
Tre anni più tardi, nel luglio 1854, lo stesso vescovo
consacrava la nuova chiesa dedicandola alla Beata Vergine
Immacolata, a San Giacomo Apostolo e a San Servolo. "Di
semplice, ma dignitosa architettura, arieggiarne la forma di
basilica" la nuova chiesa ospita quatto altari; vennero lutti
progettati dall'architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti uno dallo
scalpellino Pietro Palese, gli altri, compreso l'altare
maggiore, da Giovanni Antonio Dorigo.
L'edificio sacro si articola in tre navate ognuna delle quali
conta dodici colonne.
L'abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai
pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata
Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari
della chiesa.
Questo affresco è l'unico superstite di un gruppo di tre
interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due laterali,opere di Pompeo Randi e commissionati dal
parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di
Gesù e l'Ascensione al Cielo.
L'altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è
dedicato a S. Rocco mentre all'interno del coro si nota un
quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da
Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella
Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra
presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario,
sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la
Vergine col Bambino,Sant'Antonio Taumaturgo e San Vincenzo
Ferreri; l'altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala
rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse
della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till
senior (1800-1889) come recentemente scoperto da don Roberto
Gherbaz. Il dipinto venne donato dall'arciduca Ferdinando
Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta
austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto
di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai
la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.
Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti
opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di
Carrara dello scultore Francesco Bosa e una "via crucis". C'è
ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore
triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo
di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due
sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti
marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano
invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e
ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne
donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio,
recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù
nell'orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa
di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece
erigere un nuovo altare nella navata destra dell'ex chiesa dei
Gesuiti, di S. M. Maggiore.
Con l'istituzione della Parrocchia di San Giacomo, nel giugno
1855, vennero anche stabiliti i confini approssimati del rione
che ormai contava complessivamente circa novemila anime.
Lo sviluppo della zona continuò per tutto il secolo XIX e quello
successivo. Nel 1871 sorsero numerose casette operaie lungo le
vie dell'Industria e della Concordia mentre contemporaneamente
risiedeva a San Giacomo una piccola colonia di inglesi i cui
capifamiglia erano macchinisti al Lloyd.
Nei primi anni del nostro secolo si assistette nel popoloso
rione, ricorda il Benedetti, a due fenomeni di entità non
trascurabile: la speculazione edilizia che determinò l'erezione
di grandi caseggiati alti e nudi e lo stabilirsi nel rione di
numerose famiglie di slavi importati, cui seguì l'apertura di
una scuola slovena in via dei Giuliani.
Quasi contemporaneamente veniva costruita una grande scuola
elementare in via Veronese che venne ad affiancarsi alla scuola
di via dell'Istria, a quella vecchia di via Scuola Nuova e
all'Asilo infantile di via degli Antenorei.
I Salesiani aprirono il loro oratorio già nei primi anni del
secolo, più tardi si aggiunse il ricreatorio della Lega
Nazionale. Nel 1943 parte della parrocchia di San Giacomo venne
distaccata andando a formare una nuova parrocchia cittadina:
quella della Beata Vergine Ausiliatrice il cui centro
spirituale, la chiesa progettala dal Budinis, era stato eretto
per cura dei Padri Salesiani, lungo via dell'Istria, al numero
53.
I primi salesiano giunsero a Trieste nel 1898 e di lì a poco
aprirono un oratorio; dieci anni dopo veniva posta la prima
pietra della chiesa intitolata a Maria Ausiliatrice la cui parte
inferiore, una sorta di cripta, fu inaugurata nel novembre 1910.
Agli inizi del 1911 l'intero edificio venne consacrato e aperto
al culto.
Più avanti lungo via dell'Istria,al numero civico 65/1,si trova
la sede dell'Ospedale Infantile e pie fondazioni Burlo Garofolo
e de Manussi.
L'Ospedale Infantile fu fondato il 18 novembre 1856 dalla
baronessa de Langenau Mertens, consorte del Luogotenente di
Trieste, in occasione della visita nella nostra città
dell'Imperatrice Elisabetta.
Esso venne dapprima ospitato nell'ex Ospizio dei Padri
Mechitaristi finché, nel 1869, venne trasferito in via del
Bosco. Chiamato popolarmente l"Ospedaletto, l'istituto poteva
ospitare sessanta pazienti mentre dieci anni più tardi veniva
aperto il primo laboratorio affidato al dottor Antonio Merli, un
garibaldino laureatosi a Bologna.
Dal 1907, dopo il lascito di Maria Garofolo nata baronessa Burlo
ammontante a duecentomila corone austriache, l'Ente assunse la
denominazione ufficiale di "Ospedale Infantile e Pia Fondazione
Burlo Garofolo". Dopo l'acquisto di villa Bousquet (nella quale
fu allestito nel 1932 il reparto cronici) e passata la prima
guerra mondiale che danneggiò seriamente le strutture,
l'istituzione riprese vigore soprattutto per merito del medico
Sebastiano Gattorno e del barone Demetrio Economo. Nel 1929,
essendo pervenuto un generoso lascito dal dott. Alessandro de
Manussi, l'ente assunse la denominazione attuale "Ospedale
infantile e Pie Fondazioni Burlo Garofolo e dottor Alessandro e
Aglaia de Manussi" che venne conservata allorché esso venne
elevato a Ente Morale Opera Pia, nominazione attuale "Ospedale
infantile e Pie Fondazioni Burlo Garofolo e dottor Alessandro e
Aglaia de Manussi" che venne conservata allorché esso venne
elevato a Ente Morale Opera Pia.
Il nuovo complesso degli edifici in via dell'Istria venne
realizzato a partire dal 1938. anno nel quale si costruì il
corpo centrale, capace di 150 posti letto. Interrotti a causa
della guerra, i lavori ripresero durante l'amministrazione
alleata e portarono alla realizzazione di due nuovi padiglioni,
di una chiesa e dell'ingresso su via dell'Istria il tutto
inaugurato nella primavera del 1950.
Con l'istituzione della Facoltà di Medicina dell'Università
degli Studi di Trieste, infine, l'ospedale infantile venne
scelto quale sede della clinica pediatrica e dell'Istituto di
puericultura e conseguentemente, il 12.8.1968, l'Ente veniva
trasformato, per unanime deliberazione dei soci, in Istituto
Scientifico.
Il disastroso bombardamento aereo del 1944 colpì duramente il
rione di San Giacomo danneggiando, oltre a case d'abitazione e
agli impianti industriali, anche la chiesa e la scuola.
Il rione triestino, che si estende oggi su di un'area
complessiva di kmq 1,88, presentava nel 1978 una popolazione di
27.973 unità distribuite in tre "zone di quartiere", San
Giacomo, Chiarbola Superiore e Campanelle; sono numerose le
strade che attraversano in ogni senso San Giacomo, molte delle
quali conservami denominazioni di antica origine oppure
propongono squarci della storia cittadina.
Tra di esse porta la intitolazione più rappresentativa via
Ponziana che ricorda uno dei più antichi toponimi della zona. Fino agli ultimi anni dell'Ottocento il centro abitato
era alquanto limitato e compreso, verso Passeggio Sant'Andrea,
tra le vie Ponzanino, del Molin Piccolo, dell'Industria e del
Broletto. L'altra zona verso il centro cittadino era delimitata
dalla via San Marco e dalla via delle Scuole Nuove.
Ebbe naturale origine il nome di via dell'Industria, aperta
sullo scorcio del 1880, in quanto conduceva ai più importanti
stabilimenti industriali della città, come l'Usina Comunale del
Gas eretta dal Comune nel 1864 quando l'amministrazione pubblica
assunse in proprio la produzione e la fornitura del gas. Opera
dell'ingegnere Rodolfo Kiihnell, l'impianto entrò in funzione il
1 novembre 1864.
Il nome di via delle Scuole Nuove, ora via Luigi Frausin, nacque
quando in questa strada vennero istituite le scuole popolari
comunali per il sobborgo di San Giacomo.
Se l'intitolazione di via del Broletto è piuttosto recente
(risale agli ultimi anni dell'Ottocento) il toponimo era invece
abbastanza antico e si riferiva propriamente alla piccola valle
compresa tra il cantiere San Marco, l'Usina del Gas e la zona in
cui sorgeva la casa dominicale dei de Giuliani.
Proprio in
questi terreni furono rinvenute vestigi a romane e già lreneo della Croce nel 1698 poteva scrivere che nel luogo di
Brujet si scorgono varie reliquie d'antichità, vestigia di
muraglie con molti frammetti e pezzi di marmi fini di varie
sorte e colori; e, più oltre, i frammenti d'anticaglie ogni
sorte giornalmente si trovano ne' campi e nelle vigne alla
sponda del mare della valle, chiamata comunemente Broglietto,
confinante con la collina di Ponzano, di pietre e lastre di
marmo fino.
La via Giuseppe Caprin perpetua la memoria dello
storico, letterato, garibaldino e patriota, autore di preziosi
volumi di piacevole lettura come, ad esempio, "I nostri nonni"
(Trieste 1888) e "Tempi andati" (Trieste 1891); dalla parallela
via Castaidi si accedeva alla tipografia di proprietà del Caprin
che, sotto la ragione "Stabilimento Artistico Tipografico
Giuseppe Caprin" diede alle stampe in oltre tre decenni eleganti
volumi in lussuose edizioni tra cui i primi dieci volumi della
terza serie dell'Archeografo Triestino (1903-1922).
La via Concordia si formò attorno al 1870 mettendo in
comunicazione la via Colombo e la via Vespucci; il Generini
scrisse che il nome voleva forse alludersi alla vecchia
disputa
sulla parte di merito spettante a questi due celebri navigatori,
circa alla scoperta d'America.
A monte di questa strada venne
istituito dal Comune, nel 1873, il"giardino Infantile Gisella"
in onore dell'Arciduchessa Gisella (figlia dell'Imperatore) e
del principe Leopoldo di Baviera, novelli sposi.
La via dei Giuliani, che ricorda l'antica famiglia patrizia,
comunica con la parallela via della Guardia con sei strade: via
Caprin, via del Rivo, via San Zenone, via del Pozzo, via
dell'Industria e via dei Montecchi. Di esse, la via San Zenone
reca una denominazione più recente, avendo sostituito quella
precedente di via Golauca; tale vocabolo di origine slovena
indicava questa parte della collina di Ponzano un tempo ancora
incolta e priva di vegetazione.
Via della Guardia venne aperta intorno al 1880 per iniziativa di
certo Zanetti che possedeva alcuni terreni nelle vicinanze e
deve il nome a un corpo di guardia che nei primi tempi vi era
stabilito.
La via del Muraglione fu una delle prime ad essere aperte,
esistendo già dal 1838; il nome le derivò da un muraglione che
sosteneva un campo dei de Giuliani. Legata alla stessa famiglia
è la denominazione di altra strada vicina, la via delle Lodole
che ricorda un campo della famiglia patrizia, detto delle lodole
per il grande numero dì uccelli di tale specie che vi trovavano
rifugio.
Altra strada di antica costruzione è la via del Rivo, regolata
nel 1836, nei pressi della quale scorreva un piccolo ruscello
che finiva a valle nel più grande torrente Klutsch.
Nella vicina
piazza, abbellita nel 1844 con una fontana di acqua potabile, si
svolgeva il mercato del pesce.
Il
resto è storia recente.